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Esecutori ed interpreti.

di Domenico (29/11/2007 - 09:26)

Stanotte ho avuto il mio solito delirio. Quanto ci deve essere di personale nel suonare un brano musicale? La domanda mi è venuta perché di recente ho avuto a che fare con due compositori che, di fronte a mie interpretazioni di loro pezzi, hanno avuto reazioni diametralmente opposte. Uno mi ha lasciato completamente libero di decidere la mia linea e ha scritto pochissime indicazioni, l'altro invece ha quasi maniacalmente segnato nota per nota cosa io avrei dovuto fare, negandomi di fatto qualsiasi scelta alternativa.

Qui si entra in un campo minato e non esiste una regola certa. Tanti musicisti preferiscono la fedeltà assoluta al testo, privilegiando l'asettico emergere della presunta volontà del compositore. Altri invece sottolineano solo alcuni aspetti della partitura, tipo quelli dinamici e metronomici. Infine c'è chi si disinteressa ampiamente della questione e fa un po' come gli pare: alcuni studiano a tavolino come rendersi riconoscibili, alcuni invece non riescono a tenere a freno il loro istinto. Quest'ultima categoria di musicisti considera la partitura un semplice mezzo per far uscire il pensiero emozionale. Nel corso degli ultimi anni si è accentuata la distanza fra gli "integralisti" della partitura e i "libertini", grazie anche alla riscoperta non da tutti accettata di modi realizzativi legati a momenti storici precisi (mi riferisco, in particolare, alla prassi esecutiva barocca e classica).

Anche per me la faccenda è molto delicata. Dipende da quanto sento mio il brano che sto eseguendo, da quanto mi piace e da quanto lo ritengo "autosufficiente" (brutto termine per indicare se per me è musica buona o cattiva). E non mi pongo particolari problemi su quello che il pubblico (o il compositore) si aspetta. La musica è fatta innanzitutto di note e quelle cerco di emetterle pulite e intonate. Quel che non sopporto è sentirmi ingabbiato da percorsi interpretativi obbligati. L'analisi moderna ha superato il concetto di frase musicale legata a metriche fisse, per approdare al pensiero più vasto di "periodo" quale "parte del discorso che abbia un suo significato definibile". Ed è proprio sull'individuazione di questi periodi che bisogna basare la costruzione del proprio progetto: l'importante è che qualsiasi decisione sia legata a elementi di scrittura oggettivamente presenti. Un "piano" segnato in partitura è un fatto, ma chi suona ha il dovere di giustificare innanzitutto la ragione della sua esistenza e non si deve limitare alla sua semplice "imprescindibile" realizzazione.

Lunga vita a chi ha il coraggio di "interpretare" e non solo di "eseguire".

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Profezia di sventura.

di Domenico (27/11/2007 - 10:56)

L'altro giorno ho letto un'orrenda recensione, fatta da un critico milanese, contenente l'atroce stroncatura di un concerto tenuto da un violinista esordiente. 
Ok il "diritto di cronaca" (anche se sarebbe bello che i quotidiani dedicassero meglio il loro spazio e non pensassero solo a Celentano, alla Pausini e alla compagnia bella) e non ho sentito l'esecuzione in oggetto. Mi è parso chiaro però che l'articolo, che ha confrontato il ragazzo con i grandi concertisti del presente, sia voluto essere un "de profundis" alle aspirazioni del musicista in erba. Ci sono rimasto troppo male.

A parziale consolazione del collega -aver visto il giornale deve essere stato uno shock- voglio raccontare un piccolo episodio che mi è capitato ad inizio carriera, quando sedicenne tenevo i miei primi concerti.

Dopo il Viotti ho fatto una tournée in Sicilia con l'Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, durante la quale ho eseguito una romanza di Beethoven (mi pare la sol maggiore) e un pezzo incompiuto dello stesso autore (non grande musica, ma questo non c'entra). A Catania un critico locale, recensendo la mia esecuzione, ha scritto di un "Nordio, violinista senza futuro", affermando senza mezzi termini che Menuhin premiandomi doveva essere in preda ad allucinazioni (non ha detto proprio così, ma il senso era quello). Quando ho letto l'articolo mi sono sentito morire e per molto tempo non sono riuscito a dormire la notte.

Passati alcuni anni dal fatto, mi sono ritrovato a scrivere l'analisi di un quartetto di Beethoven -prima prova del Concorso a Cattedre che mi avrebbe dato l'insegnamento in Conservatorio- seduto accanto ad un signore di mezza età, in enorme difficoltà davanti a un foglio bianco che non riusciva a riempire. Alla fine della prova il candidato si è presentato come il "musicologo" che a Catania scriveva di musica classica: l'autore della famigerata botta di tanto tempo prima era lui.

Bene, inutile dire che il "musicologo" -evidentemente "aspirante" musicista- è stato eliminato dal concorso alla prova pratica (poveretto, gli è capitato di suonare immediatamente dopo di me...) e oggi mi risulta aver cambiato mestiere. In compenso, la sua profezia di sventura nei miei confronti si è talmente tanto avverata che, dall'epoca, sono tornato a suonare in Sicilia tutti gli anni.

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Il divertimento folle.

di Domenico (14/11/2007 - 21:55)

Metter su un intero repertorio durante l'uggioso mese di Novembre, eseguirlo in concerto nel corso di poche settimane e vivere felice, contento e soddisfatto (perché è tutta musica bellissima e perché il palcoscenico mi piace troppo).

-Grieg, le tre sonate per vl e pf;
-Bartok, sonata no.1;
-Stravinskij, suite italiana;
-Mozart, sonata kv 454;
-Beethoven, sonata in re maggiore;
-Prokofiev, sonata op.80;
-Beethoven, sonata in sol maggiore;
-Bartok, rapsodia no.1;
-Manzoni, pezzo da concerto;
-Szymanowski-Paganini, capricci;
-Paganini-Kreisler, campanella;
-Respighi, concerto gregoriano;
-Fauré, sonata no.1;
-Poulenc, sonata;
-Ravel, tzigane;
-Prokofiev, sonata op.115;
-Bach, partita in re minore;
-Sibelius, concerto;
-Brahms, le tre sonate per violino.

A Natale vi saprò relazionare sulle mie condizioni psico-fisiche, dopo l'ennesimo tour de force che mi sta facendo sentir vivo. Al momento mi sto divertendo come un matto.

D

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La caduta libera.

di Domenico (04/11/2007 - 07:46)

Cos'è l'imperfezione nell'Arte? Meglio, è accettabile l'imperfezione in quanto segno caratterizzante del momento artistico? Ieri sera sono stato al Circo, un grande Circo di tradizione, che in questo periodo è di passaggio a Padova. Fra alcuni animali impegnati in improbabili evoluzioni, una simpatica presentatrice molto attenta a mettere in mostra il suo mini-mini "non-vestito" e una intonatissima orchestrina di sottofondo, ad un certo punto è entrata in pista una troupe di trapezisti italiani che ha voluto a tutti i costi proporre un esericizio difficilissimo. Dal mio punto di vista è stata una piccola tragedia. I due salti mortali incrociati da effettuare in contemporanea non sono riusciti e, dopo due cadute nella sottostante rete di protezione, i circensi hanno desistito e se ne sono andati alla chetichella, fra gli applausi scroscianti dei presenti. In questo caso l'imperfezione esecutiva si può definire Arte? La domanda non è del tutto campata per aria ed è da sempre il cruccio di tutti gli interpreti. Nelle scuole e nelle università nelle quali ho studiato mi hanno inculcato in tutte le salse che non può esistere Arte senza che ci sia una solida base tecnica. Mi hanno torturato dicendo che solo chi riesce ad avvicinarsi alla perfezione nell'esecuzione del segno scritto può successivamente riscriverlo. Mi è stato insegnato che l'errore è un'inaccettabile mancanza di rispetto nei confronti dell'Arte, pur essendo umanamente possibile. Ma se tutto ciò fosse assolutamente vero, e volendo accostare il mondo del Circo a quello della Musica, come mai ieri sera i trapezisti non sono stati massacrati da una folla che avrebbe dovuto essere inferocita? Evidentemente il Pubblico e l'Artista hanno un diverso concetto di perfezione. Lo spettatore è meno sensibile al particolare e più attento al quadro d'assieme e, cosa che normalmente non si considera, tende a immedesimarsi con chi lo emoziona, a prescindere dal modo in cui ci riesce. Aldilà dell'aspetto tecnico, tanti altri fattori diventano determinanti per il successo o l'insuccesso del momento esecutivo: la forza del messaggio proposto, il carisma di chi lo propone, il contesto in cui viene proposto e il grado di preparazione specifico di chi il messaggio lo recepisce e lo rende proprio. Quante volte in scena mi è capitato di pensare che l'imperfezione anche lieve stesse rovinando il concerto e quanto tempo ho passato a studiare per cercare di rendere l'imperfezione la più rara possibile. Ieri sera è stata una lezione impagabile: vedere il pubblico applaudire calorosamente dopo l'esercizio mal riuscito mi ha fatto capire che l'Arte lascia il segno anche attraverso l'errore, perché l'errore a suo modo rende l'attimo emozionante, unico ed irripetibile.

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Il figlio maggiorenne.

di Domenico (01/11/2007 - 10:06)

Con questo post voglio sembrare un po' Anna Magnani (o Mario Merola) e voglio far finta di commuovermi. La sceneggiata napoletana alla "I figli so' piezze 'e core" mi piace tantissimo.

Il mio staff (Mariarosa e Lorenzo) ed io sentiamo il Concorso "Città di Brescia" un po' come se fosse figlio nostro. Adesso che è diventato grande ed autosufficiente viviamo il trauma del distacco.
L'edizione appena trascorsa è filata via liscia e ha dato una meravigliosa immagine di sé. Nel 2004 la morte del compianto Maestro Conter, anima storica del "Città di Brescia", sembrava il colpo di grazia finale. A quel punto Il Concorso stava sopravvivendo della sola sua tradizione e stava lentamente spegnendosi. Da lì invece è partita la rinascita. Con Mariarosa e Lorenzo abbiamo praticamente ricostruito tutto da zero. Abbiamo creato un nuovo logo e una nuova veste grafica, abbiamo riscritto tutti i regolamenti interni e tutti i bandi (lavoro pazzesco, ma i giurati si sono detti entusiasti del nostro criterio di votazione che ha permesso di avere l'esito delle Prove in meno di dieci minuti e con applauso finale della commissione), abbiamo ideato una prestigiosissima serie di concerti che ha attirato a Brescia centinaia di appassionati da ogni dove. Ci siamo occupati di tutto, dalla ricerca di sponsor alla impaginazione del libretto di sala, fino al totem pubblicitario che per mesi ha dato bella mostra di sé di fronte al Teatro Grande. Abbiamo lavorato in tre gatti, letteralmente, realizzando ciò che altri Concorsi pari al "Città di Brescia" realizzano con staff ben più numerosi. Abbiamo cercato i soldi "porta a porta" e il naso ci fa ancora male. Abbiamo fatto tutto ciò che era umanamente possibile fare. Siamo contenti perché si è notato il notevole balzo di qualità fatto in questi anni e siamo orgogliosi che adesso la "nostra" creatura possa camminare dritta con le sue gambe, guardando con fiducia al futuro.

L'edizione 2007 del Concorso è rimasta senza un vincitore assoluto. Due giovani violiniste donne si sono classificate seconde ex aequo, fra i tantissimi candidati sono stati individuati due premi speciali della Giuria e sono stati distribuiti ventitremila euro netti fra finalisti e semifinalisti. I premiati sono stati così contenti che quasi si sono messi a piangere in palco durante la cerimonia di consegna dei Diplomi. Il "Città di Brescia" è stato una festa del Violino e dei Violinisti e si è svolto in un clima rilassato e cordiale.

Al termine di tante note dolci mi si conceda solo un po' di retrogusto amarognolo, da vera sceneggiata napoletana. Mentre noi abbiamo festeggiato la "maggiore età" della nostra creatura, i rappresentanti della Città e del Territorio bresciano non hanno dato nessun segno di vita e hanno disertato in massa la serata finale, fra lo sconcerto del numerosissimo pubblico presente al Teatro Grande.
Per fortuna solo i politici non hanno capito che il Concorso ormai vola talmente alto che nessun tentativo di sfregio riuscirà in nessun modo ad intaccarlo.

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