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La cioccolata al latte.

di Domenico (16/06/2007 - 09:26)

La paura del pubblico è una bruttissima bestia, per tutti, da sempre. Sul tema esistono numerosi aneddoti che rasentano le leggende metropolitane. Un collega di un'orchestra italiana molto importante mi ha raccontato, ad esempio, di un concerto di Tchaikovskij che il mitico Leonid Kogan non voleva assolutamente suonare, al punto di arroccarsi all'interno del camerino e di essere spinto in scena facendogli credere che la porta del palcoscenico fosse quella del bagno. Un altro collega, invece, ricorda benissimo il caso di un grande violoncellista vivente al quale, immediatamente prima dell'esecuzione, è stata suggerita una diteggiatura completamente nuova per l'inizio del concerto di Saint Saens, sortendo l'effetto disastroso di una "fermata" in concerto dopo nemmeno due battute. Il fermarsi davanti al pubblico è l'incubo peggiore per i musicisti.

Tutti hanno paura del palcoscenico, chi più e chi meno, è normale. Tutti temono un pochino il giudizio degli ascoltatori. I musicisti poi sono particolarmente superbi, sono angosciati dall'errore e non amano mettere in gioco tanto tempo di studio nel giro di poche decine di minuti. I modi per superare la normale paura del pubblico sono innumerevoli. C'è chi usa tecniche di rilassamento o di training autogeno che arrivano fino quasi all'autoipnosi, c'è chi studia fino all'ultimo istante e chi invece preferisce arrivare in camerino all'ultimo minuto. C'è chi preferisce isolarsi del tutto e non sopporta niente e nessuno e chi invece preferisce cercare compagnia per distrarsi e non pensare troppo. Menuhin praticava yoga, diceva che lo rendeva lucido. In questo campo non mancano le stranezze inenarrabili, tipo quella stravagante di "bere caffé" per vibrare meglio (sorta di esorcismo di un trombettista che si "droga" un minuto prima di entrare in scena) o quella, decisamente più piacevole, di farsi massaggiare la schiena da una gentile signora completamente disteso per terra (è successo ad uno straordinario collega pianista, davanti alla porta di ingresso della Sala Verdi di Milano, durante uno dei concerti della serie che qualche anno fa organizzavo per conto di Serate Musicali). 

Non esiste un unico antidoto alla paura. Io per fortuna non sono un "panicoso" di carattere, però guai a togliermi alcuni riti scaramantici! Sono di un abitudinario mortale. Appena arrivato in teatro studio in palcoscenico per non più di venti minuti mi chiudo in camerino esattamente mezz'ora prima di entrare in scena. A dieci minuti esatti dal concerto bevo un po' d'acqua gassata e mangio un pezzo di cioccolata al latte. Ecco, se dovessi dire qual è il mio antidoto alla paura direi senza esitazioni che è la cioccolata al latte, lo psicofarmaco più efficace che esista sulla terra.
D

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Il delirio messicano.

di Domenico (07/06/2007 - 16:20)

Mamma mia, quanta fatica. Dopo le meraviglie di Rio de Janeiro adesso mi tocca stare ad Acapulco. Fare il concertista e' veramente difficile, no? Chi riesce a studiare qui, con quest'acqua blu, profonda e pulita? E' difficile ma bisogna, mi aspetta il Concerto di Brahms, mica una stupidaggine.

Dall'internet point vedo tutta la baia di Acapulco. Una natura fantastica, la sabbia e' bianca e finissima, il cielo e' terso e si confonde con il mare che oggi e' completamente piatto, senza le famose onde da surfisti. C'e' solo un caldo umido che quasi non ti fa respirare, da autentico clima tropicale. Il gestore del locale sta facendo andare a tutto volume una canzone di Luis Miguel che in Messico e' ancora una superstar e che ad Acapulco ha una villa immensa, beato lui (ve lo ricordate? E' il ragazzotto che qualche anno fa ha cantato a Sanremo "Noi ragazzi di oggi", un tormentone). Sto aspettando con ansia mezzogiorno, ho intenzione di mangiare tacos, burritos e fajitas, il cibo messicano mi piace troppo. La gente e' simpatica da morire, secondo me tutti si sanno godere la vita.

Inizio dell'ultimo mio delirio.

Quasi quasi mi trasferisco qui, faccio stare con me le poche persone che mi amano sul serio e sparisco dalla circolazione per un po'. Niente piu' Italia con tutti i suoi problemi, con la sua crisi di identita' culturale, con la sua solita fastidiosa instabilita'. Niente piu' nebbia della Pianura Padana e niente piu' cielo grigio, niente piu' responsabilita' di alcun tipo. Basta. Mi trasferisco qui, mi metto sotto una palma a bere succo di cocco e mi faccio ipnotizzare dal fruscio del vento. Magari porto con me anche il violino, suono musica da mariachi e mi diverto come un matto.

Fine dell'ultimo mio delirio. In questo periodo ho viaggiato e ho suonato tanto, probabilmente ho solo bisogno di un po' di vacanza.

Hasta.

D

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"La Folle Journée"

di Domenico (04/06/2007 - 13:22)

Avete mai sentito nominare un festival musicale di nome "Folle Journée" che e' nato in Francia nel 1958 e che si svolge ogni anno a Nantes, Bilbao, Rio de Janeiro e Tokyo? Io no fino all'altro ieri, confesso la mia ignoranza.
Sabato sera ho suonato e diretto al meraviglioso Monastero di San Benedetto di Rio de Janeiro, in un concerto inserito nell'edizione del 2007 di questo festival. "La Folle Journée" ha una formula molto semplice e non particolarmente nuova e riunisce in tre giorni consecutivi di un fine settimana una serie di eventi di musica da camera, musica popolare e musica sinfonica. Qui a Rio si sono alternati nomi anche molto prestigiosi, il programma e' sul sito www.riofollejournee.com
Non e' tanto la qualita' del cartellone che rende l'iniziativa interessante, quanto il fatto che i biglietti sono venduti ad una cifra solamente simbolica per attirare piu' gente possibile (in media si entra con meno di venti centesimi di euro, una miseria anche per una citta' povera come Rio). Il risultato finale e' ovvio: c'e' sempre un pienone pazzesco ed un entusiasmo tutto "carioca" che rimette letteralmente la voglia di suonare ai musicisti.
Al mio concerto la folla era impressionante, con coppie giovani che si tenevano per mano, intere famiglie con figlioletti vocianti al seguito e gentili signori di mezza eta' che hanno aspettato per piu' di un'ora l'inizio dell'esecuzione senza batter ciglio, stipati con un caldo pazzesco e un'umidita' vicina al cento per cento. Che educazione ammirevole: non si e' mai sentita volar mosca e niente applauso fra un movimento e l'altro! Bellissimo, bellissimo.
Ho avuto la stessa favolosa impressione anche durante uno strepitoso concerto di Grieg che il pianista Nelson Freire ha suonato ieri mattina. Il Teatro Municipale era pieno zeppo di giovanissimi in religioso silenzio e con l'entusiasmo che traspariva dai volti soddisfatti di tutti.
A quando una "La Folle Journée" a Roma o a Milano? Sarebbe una bella idea per rilanciare un pochino la difficile situazione italiana e per cercare di "svecchiare" il pubblico delle nostre sale e dei nostri teatri. O no?
Bom dia a todos!

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