Carta straccia.
Antefatto uno. Da qualche anno i Conservatori di Musica e le Accademie di Belle Arti sono soggetti ad una fase di riforma profonda, non ancora compiuta, che in futuro porterà alla completa equiparazione alle Università (almeno secondo le speranze dei sindacati). Da qualche anno Conservatori e Accademie sono autorizzati a rilasciare titoli "sperimentali" di "diplomi accademici di Primo e di Secondo livello". Sembra ovvio che, essendo i titoli ancora "sperimentali", questi titoli non possano essere pienamente spendibili nel mondo del lavoro.
Antefatto due. Molti Conservatori di Musica (la stragrande maggioranza), per far partire tali corsi "sperimentali" e quindi attingere ai relativi finanziamenti statali, hanno attirato allievi con la chimera del "titolo universitario" omettendo, diciamo così, di rendere pienamente pubblico il particolare del loro attuale "non riconoscimento". Ciò è grave, anche perché un allievo che abbia deciso di frequentare il biennio sperimentale di Conservatorio e di Accademia non può contemporaneamente frequentare nessuna facoltà universitaria (pasticciaccio brutto all'italiana: non accade in nessuna parte del mondo). In questo modo i Conservatori e le Accademie sono stati in grado di condizionare in modo sostanziale le scelte, anche lavorative, dei propri alunni, senza porsi, ahimé, eccessivi scrupoli.
Fatto. Una "laureata" di un'Accademia di Belle Arti scrive ad un importante sindacato, lamentando il fatto che il suo titolo non sia stato riconosciuto valido per la partecipazione a nessun concorso pubblico, nemmeno a quello per l'insegnamento nelle scuole della propria materia (sigh).
Epilogo. Andatevi a vedere l'incredibile querelle nata fra il Direttore Generale AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale) e le varie sigle sindacali sulla evidente anomalia (che rasenta la "truffa" nei confronti degli allievi che in media pagano ottocento euro ad anno accademico) relativa a titoli rilasciati e non riconosciuti, quindi al momento da ritenere "carta straccia". Nessuno in questo momento, nessuno, è in grado di dire se questa situazione un giorno si potrà "normalizzare". Tutti stanno "scannando" tutti.
Poveri ragazzi: dapprima corteggiati e sposati, ora si ritrovano ad essere "cornuti e mazziati".
D
Il link: http://www.unams.it/Istituti_alta_cultura/default_i.htm
L'applauso.
Di solito un applauso pubblico è un segno di saluto, una forma di incoraggiamento, un ringraziamento cortese e una manifestazione di giubilo. Di solito l'applauso è il momento di condivisione popolare di un sentimento forte.
Sulla base dell'intensità dell'applauso si capisce quanto un personaggio sia amato e quanto sia stata apprezzata la sua presenza in scena. Di solito chi riceve un applauso pubblico si commuove, si esalta, vorrebbe non staccarsene mai. Un applauso non lascia indifferente né chi lo fa né chi lo riceve.
L'applauso però può assumere anche il significato esattamente opposto: sono i tanto temuti applausi ambigui, quelli che vorresti capire bene se sono sinceri o ironici, quelli che hai la sensazione siano fatti solo per farti sentire a disagio o per sottolineare la tua pochezza. Quelli che non vorresti ricevere mai.
Ieri il Presidente del Consiglio Romano Prodi ha parlato su un palco davanti a migliaia di delegati del Congresso della Margherita e ha detto che abbandonerà la politica attiva alla fine della legislatura in corso. Cosa avrà mai pensato il leader politico bolognese quando al suo annuncio la platea è scoppiata in un fragoroso applauso? Quello sarà stato un segno di saluto e di gratitudine o, al contrario, di scherno e di sollievo? Lo hanno applaudito in tanti, di sicuro lo hanno applaudito Rutelli e Berlusconi ma per motivazioni opposte (infatti Berlusconi non si è lasciato sfuggire l'occasione per dirsi triste dell'annuncio del collega solo perché non ha preso questa decisione molto tempo prima...).
Poveri personaggi pubblici, sempre sul filo di un giudizio espresso da un rito collettivo che non potrà mai essere unanimemente ed inequivocabilmente interpretabile. Ma almeno i politici "contano" i voti, i concertisti invece non "contano" neanche quelli...
Lunga vita all'applauso. Roba da fegato quadruplo.
I musicisti dovrebbero contare fino a dieci...

Potrà sembrare incredibile, ma anche nel campo artistico esistono dei codici di comportamento che possono aiutare a rendere la convivenza la più civile possibile. Ad esempio, è buona norma che un orchestrale non chieda ad un solista durante una prova pubblica come mai un passo non gli viene, così come è buona norma evitare di dire in una tavolata che le proprie esecuzioni sono le migliori in assoluto, in particolare di quelle dell'illustre collega che sta dall'altra parte della stanza (ciò comunque non vieta assolutamente di poterlo pensare!). Non credo sia molto conveniente suonare fortissimo un passo scritto in piano, giusto per far sentire che il proprio suono è nettamente più bello, preciso e penetrante di quello che sta lavorando con te e che ti sta un po' sullo stomaco. E non mi pare proprio il caso di saltare la pulsazione di una battuta per mandare fuori tempo il partner che non brilla per simpatia. Il rischio reale è quello di una poco edificante riedizione in chiave moderna delle "Baruffe Chiozzotte" del Goldoni.
Dico tutto ciò perché ultimamente mi è capitato di assistere a tre "gustosi" episodi, nei quali i protagonisti non è che abbiano fatto una gran figura, anzi. Tre esempi di come sarebbe bastato un po' di buon senso per evitare delle piccole tragedie.
Nel primo episodio una simpatica spalla, durante una prova, ha espresso pubblicamente tutte le perplessità sulla esecuzione di alcuni accordi che il solista avrebbe dovuto suonare in omoritmia con l'orchestra e che invece -a dire dell'orchestrale- venivano suonati dallo strumentista "troppo allungati". Il concertista, senza colpo ferire, ha ricordato che "il solista è solista proprio perché emerge sempre dalla massa (sigh): suonerà sempre gli accordi un po' più lunghi dei suoi sottoposti, altrimenti il pubblico come lo distingue?"
Nel secondo episodio un altrettanto simpatico cornista ha carinissimamente cercato di mettere in difficoltà un giovane, ma preparato Direttore d'Orchestra con la solita, infida, domanda: "che nota trasportata è scritta sulla partitura?". L'intelligente Direttore, che ha letto molte biografie di colleghi celebri, ha dato una risposta che ha letteralmente freddato l'imprudente strumentista a fiato: "...io non so che nota sia scritta sulla partitura, io so che nota deve suonare!" (citazione di una celebre frase che Von Karaian amava usare ad inizio carriera per sottolineare la sue grandi doti di memoria).
Nel terzo episodio invece un importante duo violino e pianoforte era alle prese con l'impegnativa sonata "Kreutzer" di Beethoven. La posizione sul palcoscenico era piuttosto insolita: sembrava abbastanza evidente che con il violinista praticamente attaccato al pubblico e il pianista relegato a fondo palco leggermente posizionato sulla sinistra l'intesa fra i due non sarebbe potuta essere la migliore possibile. Alla terza battuta del Presto finale, dopo l'ennesimo momento nel quale l'insieme non ha brillato per precisione, il violinista ha percorso quasi di corsa l'intero palcoscenico e, avvicinandosi con fare minaccioso all'incredulo pianista, ha cominciato platealmente a battere il tempo con il piede, incolpando il collega delle imperfezioni esecutive.
Certo, si dirà che l'educazione è educazione in qualsiasi campo e che episodi simili capitano molto spesso e in tutti gli ambienti di lavoro. E' vero, ma non si può dimenticare che non esiste reazione peggiore al mondo di quella di un musicista che senta la sua "Arte" messa in discussione. Infatti in tutti e tre gli episodi che ho raccontato l'epilogo è stato sufficientemente tremendo. Nel primo caso il solista ha chiesto (e ottenuto) la sospensione della spalla per "lesa maestà"; nel secondo caso il cornista, incapace di reggere lo sguardo trionfante del direttore d'orchestra e sotto il peso della precedente brutta figura, durante il concerto ha completamente sbagliato il passo oggetto del contendere (era il tema del tempo lento della quinta sinfonia di Tchaikovskij, non poteva capitargli di peggio). Infine nel terzo caso il pianista, dopo l'esibizione plateale del violinista, ha cominciato per ripicca ad accelerare e accelerare fino a costringere lo strumentista-metronomo a fermarsi a metà del brano.
D
Il "Gruppo dei Sette".
Fra un concerto e l'altro di questo lungo mese di Marzo il mio staff ed io abbiamo definito la giuria della prossima edizione del Concorso "Città di Brescia". Non è stato un lavoro facile, riunire un gruppo importanti personalità del mondo musicale per una settimana di lavoro richiede una grande fortuna (i calendari dei concertisti è fittissimo) e una buona dose di pazienza. Mamma mia, non mi ero mai accorto di quanto i musicisti amino essere corteggiati! Dopo un lungo travaglio siamo riusciti a rendere pubblico il frutto della nostra fatica che, ci crediate o no, è costato ben tre mesi di mail e di telefonate. Siamo davvero soddisfatti: il "Città di Brescia" ha una giuria degna di un grande Concorso Violinistico.
I Colleghi che hanno accolto il nostro invito, e che il prossimo Ottobre comporranno con me il "gruppo dei sette", sono Salvatore Accardo (presidente), Carlo Boccadoro, Zakhar Bron, Ilya Grubert, Sergej Krylov e Dora Schwarzberg. Tutti grandi nomi, tutti a loro volta vincitori di Concorsi Internazionali, tutti abituati a calcare le scene più importanti.
Credo proprio che questa commissione piacerà molto ai giovani partecipanti al Concorso. Il livello è talmente alto che l'equità di giudizio è garantita. Eppoi, attenzione attenzione: nessuno del "gruppo dei sette" appartiene alla famigerata categoria dei "commissari di professione", categoria che ormai imperversa nella stragrande maggioranza dei premi musicali (e che fa venire il fegato quadruplo ai poveri candidati che regolarmente si vedono passare avanti gli altrettanto famigerati "allievi di...").
Buona Pasqua a tutti.
D



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